Principale

Lettera alle presidenze parrocchiali

Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
(Marco, 10,42-45)

“Non ci rassegniamo all’idea che non si possa fare nulla se non si può fare ciò che avevamo previsto. Il distanziamento imposto dalle norme sanitarie ha chiesto e chiederà non di rinunciare alla prossimità, ma di manifestarla in forme inedite.”
(Dal documento del Centro Nazionale “A vele spiegate”)

 

Carissimi membri delle presidenze parrocchiali

mentre si era impegnati, con grande sforzo, nei processi di riorganizzazione dei tempi e degli spazi, con l’obiettivo di riprendere le consuete attività in tutta sicurezza, purtroppo, la recrudescenza della pandemia ci ha rilanciato indietro come un boomerang, al cospetto di uno stile di vita che mai, prima dello scorso marzo, avremmo potuto neanche pensare potesse esistere. Tutto ciò ci colpisce e ci sospende ancora, in attesa degli eventi, oltretutto, questa volta, in un periodo clou, per noi di Ac, tradizionalmente dedicato al tesseramento e alla promozione associativa.

Oggi, però, rispetto alla scorsa primavera, siamo ancora più consapevoli di quanto l’ordinarietà della nostra vita associativa sia importante e di come sia fondamentale che ciascun responsabile se ne prenda cura.

Per questo, dopo avervi incontrato quasi tutti di persona, nei diversi incontri di apertura dell’anno associativo, ora vogliamo raggiungervi con una lettera. Per dirvi che in questo compito così importante e delicato non siete soli, potete contare sul supporto e sul conforto della Presidenza diocesana.

Vi scriviamo per dirvi che la vita associativa, per quanto possibile, passa attraverso il vostro cuore e le vostre mani. In questo periodo crediamo che, con tutte le difficoltà, ognuno di noi dovrà imparare a custodire l’associazione, trovando tempi e modi diversi, sicuramente nuovi e anche più lungimiranti. È infatti il tempo della custodia e della cura.

Perché prendersi cura della nostra vita associativa vuol dire continuare a incontrarsi (o cercare di non perdersi del tutto) come presidenze e consigli, per come ci sarà consentito fare nel rispetto delle misure in essere, provando a dare senso alle cose che si fanno, impegnandosi a gestire insieme le difficoltà, con lucidità, sensibilità e corresponsabilità, oltre il mero “fare la tessera” (per cui c’è tempo anche dopo la festa dell’adesione dell’8 dicembre), lasciandosi permeare dalla straordinarietà di questo tempo, per cercare di comprendere come starci dentro con il dono della fede che ci rinnova e ci trasforma ogni giorno, anche quello più duro e doloroso. Vorremo anche dirvi, con tutta la passione che abbiamo nel cuore, di cercare di “puntare in alto”, di non farvi rubare il cuore dalle cose organizzative ma di cercare l’essenziale, quello che conta e quello che lascia tracce di bene. Forse mai come in questo momento siamo chiamati a sentirci associazione.

Perché prendersi cura della nostra vita associativa vuol dire ricordare che si tratta di una vita di protagonismo laicale radicato dentro la vita della Chiesa, fatta da più di 150 anni di storia, che ci precede, superando guerre mondiali, altre pandemie e crisi economiche, che ci incorpora nel nostro quotidiano e che ci supera nel futuro progetto divino di salvezza.

Perché prendersi cura della nostra vita associativa vuol dire, soprattutto, prendersi cura di sé stessi, “tenere la propria vita” in modo che non si disperda. Solo così potremo anche “tenere botta”, tra resistenza e resilienza, incoraggiando e custodendo pure chi ci è accanto.

Sappiamo bene quanta sofferenza ha portato e tutt’ora porta questo virus che per il momento sembra non voglia darci tregua. Nella nebbia dei giorni difficili che ci apprestiamo a vivere, ci brilli dentro il valore del nostro essere associazione. È certamente quanto di più prezioso oggi noi possiamo porgere a noi stessi e alla nostra società, alla Chiesa, alla vita di coloro con cui camminiamo, perché «nessuno si salva da solo, cioè né come individuo isolato né con le sue proprie forze. Dio» – afferma Papa Francesco nell’Evangelii gaudium – «ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che comporta la vita in una comunità umana».

Questo tempo ci fiaccherà. Avremo ancora per qualche mese la sensazione che non ne usciremo più. Cominciamo a sentire la fatica e il cielo sembra farsi pesante. Occorre cercare di non farsi schiacciare, di chiedere aiuto, di sentire accanto fratelli e sorelle che rallentano per starti vicino. Occorre sentirci responsabili della vita nostra e della vita degli altri. Ecco perché occorre essere custodi: per mantenere una luce accesa e poter sognare il ritorno.

Nardò, 6 Novembre 2020

                                                                                    La Presidenza e il Consiglio diocesani

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