Principale

Un “bagno di popolo” per l’Ac

di Piergiorgio Mazzotta
e Andrea Bove, Romina Marulli e Andrea Santantonio*

Ad un anno esatto dall’inizio dei festeggiamenti per il 150° anniversario della fondazione dell’Azione cattolica, noi delegati delle Presidenze diocesane di tutta Italia ci siamo incontrati a Roma, presso la Domus Pacis, per vivere la bellezza del primo Convegno delle Presidenze diocesane di questo triennio 2017-2020.

“Un popolo per tutti”, il tema su cui ci si è confrontati.

Certo, non poteva essere diversamente dopo quello storico “bagno di popolo” del 30 aprile 2017, in Piazza San Pietro, con Papa Francesco. Da un “bagno di popolo” all’altro.

Sì, si è voluto innanzitutto tornare all’Assemblea ed al documento assembleare, per riassaporare la popolarità di quei giorni ed al contempo interrogarci sul cammino che stiamo facendo non solo come famiglia di Ac, ma anche come singoli cristiani.

Un cammino indicatoci dallo stesso Papa il 27 aprile 2017, in occasione del suo discorso ai partecipanti al Congresso del FIAC.
Un cammino illuminato dall’Evangelii Gaudium e per questo incardinato sulla “mistica del vivere insieme”. Ma come fare ad incarnare questa dimensione esperienziale nel quotidiano e trasmetterla a chi ci è accanto?

Come prima cosa partendo da un forte richiamo al carisma associativo, ha considerato don Antonio Mastantuono, vice assistente ecclesiastico generale di Ac, nella preghiera di apertura del Convegno, il venerdì pomeriggio. I carismi, la diversità sono un dono l’uno per l’altro. Siamo diversi, ma uniti: questo è il nostro modo di essere cristiani. Anche se tante volte, però, guardiamo la caramella e non la mano che ce l’ha data. E l’unità proviene da Dio, ce l’ha data Lui.

Per questo vogliamo mettere al centro il tema del popolo, ha continuato il Presidente Matteo Truffelli nel suo intervento di apertura del Convegno. Perché quello del popolo non è solo un tema caro a Papa Francesco (EG 111 – 114: GE 6), è un tema anche del Concilio.
L’Ac, dunque, deve stare più vicina al popolo, senza essere populista. L’Ac stessa deve essere popolo.

E lo si è, popolo, attraverso un esercizio di umiltà che ci consenta di spostare l’asse prospettico a cui siamo abituati normalmente, ma anche attraverso un raccontare la propria presenza centocinquantenaria nella «storia di popolo». Proprio ciò che hanno abilmente interpretato i ragazzi del Movimento studenti di Azione cattolica (Msac) col “docu-racconto” di parole, immagini e musica, nel dopo cena a conclusione della serata di venerdì.


Nella mattina di sabato, invece, aperta con la S. Messa presieduta dall’Arcivescovo mons. Angelo De Donatis, vicario generale del Papa per la diocesi di Roma, che nell’omelia ha ricordato come “Dio cammina con il popolo” e non con il singolo, ci si è concentrati su una riflessione teologica e pastorale, a partire dall’analisi del concetto di popolo nella teologia di papa Francesco.
“Nel popolo ci si è già, solo per il fatto di essere carne”, ha subito affermato il primo relatore don Cesare Pagazzi, professore di teologia sistematica presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale.

E il popolo di Dio è la carne della Chiesa. La carne è proprio la prima esperienza di vita di ciascuno, quella del bisogno.
Insieme ad essa, altre due esperienze caratterizzano concretamente il concetto “popolo” nella dinamica ministeriale di Papa Francesco.

Quella dei sensi, la seconda. Anzi, del senso del tatto, più propriamente. Papa Francesco è il Papa del tatto.
Il senso del tatto è sempre un con-tatto. È un senso che non inganna. È il senso della realtà. Se tocco un tavolo, il tavolo c’è.
Le persone mi portano alle cose, è vero, ma anche le cose mi portano alle persone.
Basti pensare, per esempio, a quante persone ci sono dietro l’abito che indosso. Il tatto delle cose ci aiuta a vedere come stanno le cose.

Ed infine la terza, l’esperienza del luogo.

Gran parte della nostra identità dipende da un luogo. La domanda “chi sei?” può essere sostituita dalla domanda “dove abiti?”, “da dove vieni?”
Un popolo è sempre incarnato in un luogo, in una casa.
La casa è il luogo dove si fa una rete domestica di abitudini che, se funziona, diventano le abitudini del mondo. La casa già ci dice che il nostro spazio interiore senza quello pubblico non esiste.

Una scia spumeggiante di riflessioni concrete quella tracciata da Don Pagazzi, nella quale si è magistralmente inserita anche la seconda ed ultima relazione della mattina, quella di Luigi Alici, professore di filosofia morale all’Università degli Studi di Macerata.

Prendendo spunto dalla recentissima esortazione apostolica sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo “Gaudete et Exultate”, particolarmente dal capitolo 6, il filosofo, già Presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana nel triennio 2005-2008, ha condensato il concetto di “popolo” secondo la teologia di Papa Francesco in tre “spunti fondamentali”:

  • il carattere comunitario della salvezza, volto ad accogliere la persona umana nella sua piena identità, che è un’identità relazionale, non individualistica né indifferenziata; nessuno si salva da solo.
  • la «complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana»; il popolo non è un’entità amorfa in cui si annega l’identità personale.
  • il carattere dinamico della dimensione popolare; I popoli nascono, crescono, invecchiano, possono ammalarsi, morire o guarire proprio come le persone.

Tre spunti che possiamo raccogliere come sfide da attuare concretamente, accogliendo l’invito del Papa “a non parlare del popolo, ma a vivere un’immersione generosa nel suo tessuto fragile e vitale, dove anche i laici cristiani – e non solo i pastori – debbono avere l’odore delle pecore”.

Per far questo, potremmo partire proprio da una “specie di compito a casa” che il prof. Alici ha affidato ogni associazione parrocchiale: “raccogliere insieme piccole storie che sanno stare dentro una grande storia, e proprio per questo diventano grandi e meritevoli di essere ricordate; un esercizio di tessitura civile, non solo associativa, che in un paese scucito e bloccato come il nostro può svolgere una funzione profetica.”

Scopriremo, forse, che “l’ingrediente più semplice e prezioso, indispensabile per quest’opera di testimonianze personale e associativa, è proprio quella santità feriale, che papa Francesco ci chiama a riscoprire come un cammino comunitario, fatto di preghiera costante, di pazienza e mitezza, di audacia e fervore, di gioia e persino senso dell’umorismo.”


Un cammino comunitario, come in effetti è stato realmente, quello del pomeriggio di sabato, verso tre luoghi di Roma, sedi di altrettanti mini-convegni tutti legati agli aspetti della popolarità. Tre i temi: religiosità popolare, parrocchia popolare e Ac popolare. Per brevità riportiamo le sintesi dei mini-convegni in coda a questo articolo.

  • la religiosità popolare presso il Santuario della Madonna del Divino Amore, con l’assistente ecclesiastico generale di Ac, il vescovo di Foligno Gualtiero Sigismondi.
  • la parrocchia popolare nella parrocchia di San Pio V, con il vice assistente ecclesiastico generale di Ac, don Antonio Mastantuono, e con la testimonianza del parroco della comunità, don Donato Le Pera.
  • l’AC popolare presso le parrocchie San Barnaba e Sant’Elena al Pigneto, con Pina De Simone, docente di etica alla Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e direttore della rivista Dialoghi e la Presidente parrocchiale di AC della parrocchia che ci ospitava.

Certo, rientrando alla Domus Pacis, eravano tronfi, ma allo stesso tempo contrastanti, gli stati d’animo che si sono “altalenati” nel cuore di ciascuno di noi delegati.

Se da un lato la ricchezza di quanto ascoltato faceva da propulsore d’entusiasmo verso le scalate più alte di quella santità feriale, che papa Francesco ci chiama a riscoprire come un cammino comunitario e associativo, dall’altro la consapevolezza del nostro essere tante volte cime isolate, piuttosto che catene, dava quella sensazione di avere tra le mani una bicicletta fuoriserie, però con le ruote sgonfie.

Ecco perché è stato bello ricaricarsi rimanendo a tema, dopocena, con la gioviale presentazione serale, a cura dell’autore Paolo Reineri, del libro “A colpi di pedale”, Editrice Ave, narrante la vita del campione di ciclismo Gino Bartali, fiero associato di Ac, riconosciuto anche «Giusto delle nazioni» per il suo impegno in favore degli ebrei perseguitati durante il secondo conflitto mondiale.


Domenica mattina, dopo aver partecipato alla S. Messa presieduta dal Vescovo Sigismondi, che nell’omelia, prendendo spunto dalla metafora della vigna e dei tralci (del Vangelo del giorno, Gv 15,1-8), con tanta semplicità, ma immensa larghezza di cuore, ha paragonato l’Ac ad un filare della vigna del Signore, coltivazione Sua prediletta più che preferita, abbiam vissuto un momento di racconto dei mini convegni e di confronto sulle varie tematiche affrontate.

Quindi la conclusione dei lavori a cura di Matteo Truffelli, il quale ha evidenziato come al di là di tutto, ciò che è certo è che quello attuale non sia più il tempo di scorciatoie, di slogan, di formule, di “fare questo o quello, oppure non fare più questo o non fare più quello”.

“Ecco perché, più che le parole contano i gesti”, ha sottolineato il presidente dell’Ac, prendendo ad esempio alcuni tra quelli fatti da Papa Francesco, come espressione tangibile e coerente con quanto da lui scritto nelle varie encicliche ed esortazioni.

Così, con la grazia di Dio, siam tornati a casa, ricchi dell’accezione “Pagazziana” del termine e rigenerati da quel “bagno di popolo” che mai come questa volta è sembrato essere veramente di acqua viva.

 

*vice-presidenti Settore Adulti, presidente diocesano e vice-presidente Settore giovani diocesano

Sintesi dei mini-convegni
  • la religiosità popolare presso il Santuario della Madonna del Divino Amore, con l’assistente ecclesiastico generale di Ac, il vescovo di Foligno Gualtiero Sigismondi. “Se desideriamo trovare la più bella tra le icone bibliche, che più rappresentano la religiosità popolare, sicuramente quella di Maria al piano superiore, che attende con gli Apostoli la discesa dello Spirito santo, credo che sia la più vera.”

Così l’Assistente Unitario nazionale, mons. Gualtiero Sigismondi ha esordito nel narrare ai presenti il legame che unisce l’Ac con la religiosità popolare. La religiosità del popolo, per essere vissuta, ha bisogno dello stare insieme, dell’accogliersi e del donarsi reciprocamente come Maria insieme agli Apostoli. La pietà popolare, molto cara alle genti del sud Italia, trova la sua forza nella Pentecoste e pur non avendo delle dinamiche liturgiche proprie, fonda le proprie radici, nel dinamismo degli apostoli che ricolmi di Spirito Santo, lasciano il Cenacolo per portare a tutti la gioia del Signore risorto.

Raggiunge molto velocemente chi è ai margini della fede, unendo il Divino con l’Umano, ciò che è propriamente della terra con le cose del cielo.

Lo stesso Papa Francesco definisce la religiosità popolare come un’azione missionaria spontanea, proprio perché parte dal popolo e al popolo è diretta. Proprio grazie ad essa la fede ha avuto via facile per accedere nel cuore degli uomini.

Dove la Pietà popolare è autentica e non entra nei giochi di potere della politica o delle mafie locali, assume quella delicatezza evangelica, narrata dallo stesso Gesù, quando invita i più umili a correre da Lui. La forza evangelizzatrice, sottesa nelle varie forme di religiosità popolare, porta tutti i credenti a ritrovare il senso della loro vita e per chi crede riscopre in essa la chiamata all’evangelizzazione. Dove viene praticata in modo autentico la sua stessa presenza, manifesta la sua stessa importanza. Con essa la tradizione rimane un punto fermo e molte volte, con i suoi riti che si perpetuano da secoli, pone uno sbarramento a quella creatività liturgica, molto cara a noi di Ac, che può disorientare e confondere. Lo Sguardo della Vergine del Divino Amore ricorda a tutti noi, quanto Dio ha amato gli uomini e nel cuore degli stessi uomini, ha fatto sgorgare quella “liturgia” propria della pietà popolare, che dopo secoli ancora ci racconta della bellezza di Dio e delle sue creature.

  • la parrocchia popolare nella parrocchia di San Pio V, con il vice assistente ecclesiastico generale di Ac, don Antonio Mastantuono, e con la testimonianza del parroco della comunità, don Donato Le Pera.

Attraverso l’intervento dei due relatori ci siamo resi conto di come le nostre Parrocchie siano ancora ferme ad un paradigma rurale: abbiamo trasportato ancora oggi le abitudini delle parrocchie di campagna, dei piccoli centri abitati, nelle città. Una parrocchia è popolare quando entra nella vita delle persone – richiamando il senso di Comunità cristiana delle origini.

Don Donato, parroco, invece ci ha raccontato la sua esperienza di parrocchia aperta, con tante porte, incarnando pienamente il carisma del quartiere in cui si trova.

Interessante è stato il dibattito che ne è seguito in cui è emerso come una delle malattie delle parrocchie per cui risulta popolare è l’efficientismo. Siamo spessi presi soltanto dalle cose da fare. Certo è che il modo più bello di fare Chiesa è quello di stare, non offrendo soluzioni ma condivisioni. Parrocchie come luoghi di relazioni vivibili. O si diventa tutti tessitori di relazioni o si rischia la non rilevanza delle parrocchie nelle nostre Comunità cittadine.

  • l’AC popolare presso le parrocchie San Barnaba e Sant’Elena al Pigneto, con Pina De Simone, docente di etica alla Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e direttore della rivista Dialoghi insieme alla quale ci si è interrogati su “cosa significhi per noi essere oggi Azione Cattolica popolare?”, “Quali risvolti concreti?”.

Abbiamo realizzato come la popolarità si debba respirare, prima ancora di poterne parlare.

Si deve partire dall’esperienza che viviamo. La popolarità fa parte dell’Ac, è L’Ac.

Si deve solo scoprire. Non è una questione di numeri, o meglio, non solo di numeri.

E neppure una questione di iniziative. È prima di tutto una questione di cuore.

Leggiamo il n. 268 dell’EG: la gioia, il piacere spirituale viene dal sentirsi popolo in mezzo al popolo. Più ci caliamo nel popolo più ci sentiamo di appartenere a quella gente alla quale il Signore non è estraneo. Il popolo potrebbe assimilarsi proprio al poliedro di cui parla il Papa, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità (EG 236).

Stare tra la gente è un tutt’uno col cammino di fede, che è la risposta alla chiamata del Signore, assumendo principalmente e concretamente i seguenti tre risvolti di vita:

  1. Là dove è il tuo tesoro. Sì, è una questione di cuore. Ci è chiesto un bagno di popolo: stare in mezzo alla gente, ma cosa vuol dire? Essere e divenire popolo. Sentirsi parte di un tutto. Non un’idea sociologica, ma teologica e teologale: la presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Le relazioni che viviamo sono abitate dalla presenza del Signore. La Chiesa è popolo di Dio in cammino. Un dinamismo di comunione che si espande (per tutti e con tutti). L’intimità comunione con Dio è l’unità del genere umano. Dentro la chiesa L’Ac è per tutti e con tutti. Come? facendosi casa accogliente. Prima di tutto le persone. Lo stile della cordialità e dell’amicizia. Si entra e ci si sente subito accolti. Si deve respirare un clima di accoglienza delle persone con la loro storia, con le loro fatiche. Tessere legami di condivisione per un’Ac familiare e unitaria, ovvero costruire l’unità nella diversità. Questa diversità è una ricchezza, pur nello “litigare” (per cose serie). L’Ac è chiamata a vivere quell’attenzione che si fa ascolto della vita, soprattutto nelle sue tappe fondamentali (nascita, Battesimo, morte …). I dinamismi di relazione diventano di missione. Il valore del l’andare verso. Si diventa popolo condividendo una progettualità, una tensione ideale, un sogno.
  2. La dimensione profetica dell’essere popolo: essere lievito, fermento, speranza. Perché siamo Associazione? Perché ci spendiamo? Perché abbiamo un grande progetto che condividiamo, più grande di noi, che ci precede; qualcosa di trascendente. È la costruzione del regno di Dio. Motori di novità: lucciole e lanterne. Tutte e due al di là del detto: “hai preso lucciole per lanterne?” Per far riemergere la speranza nel cuore della gente.
  3. È la radice che ti porta. È la radice che va recuperata e coltivata. È il rapporto col Signore. Il ruolo dello spirituale è essenzialmente e prima di tutto un ruolo di ispirazione. È quello che apre la mente e il cuore. Non è il luogo delle ricette. È un ruolo di educazione dell’essere umano, di rinnovamento culturale e di mobilitazione dell’intelligenza. La fede alimenta un modo di pensare, non soltanto un modo di vivere. Un pensiero nuovo, un pensiero di sapienza appassionatamente fedele al reale e capace di crescere senza fine. Un pensiero che nasce dalla passione per la realtà, per i nostri territori, per il nostro tempo, per la nostra storia. Un amore che deve diventare spinta alla conoscenza, desiderio di conoscere, di capire. Tutto questo perché dobbiamo salvare la speranza degli uomini in un ideale dinamico di pace sulla terra. La pace è possibile, non è una parola astratta, né un tatticismo politico. Va ricercata e perseguita in prima persona cercando prima di tutto il cambiamento del cuore, in virtù del quale ciò che avrà il primato sarà un’autentica ed efficace amicizia. Vuol dire lasciarsi plasmare dalla Parola, entro la quale batte il cuore di Dio, lasciarsi condurre dallo Spirito per scorgere dentro la realtà e le pieghe della storia la presenza del Signore.

In definitiva, quindi, “un’Ac popolare è un Ac gioiosa ed inquieta che si compromette, che sogna, che sa scorgere nelle pieghe della storia e nel cuore delle persone il sogno di Dio e che per questo sogno sceglie di spendersi giorno dopo giorno, passo dopo passo, con tutti e per tutti.”

Infine la testimonianza del presidente parrocchiale di San Barnaba, Daniela Lombardi.

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